Intelligenza artificiale e manifattura: perché il futuro non ci fa paura
Il nostro intervento al Latina Hub Evolution Center
“Bill Gates dice che fra 10 anni l’intelligenza artificiale renderà gli esseri umani superflui. Elon Musk rilancia: fra 20 anni il lavoro sarà opzionale. Intanto il primo ha licenziato 6.000 dipendenti e il secondo 13.000.”
Marco Dal Sasso ha aperto così il suo intervento al Latina Hub Evolution Center, davanti a una platea di imprenditori, artigiani e professionisti del territorio pontino. Il tema della serata era l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’industria manifatturiera. La risposta, in sintesi: molto meno catastrofico di quanto vogliono farci credere.
La calcolatrice ci doveva già distruggere
Prima di parlare di IA, Marco ha riavvolto il nastro. Ogni innovazione tecnologica degli ultimi cinquant’anni è arrivata con la sua dose di panico: la calcolatrice (vietatissima a scuola, peggio di una rivista proibita), il Commodore 64, il primo cellulare da 3.000 dollari con la batteria che durava quattro ore, internet nel 2000, lo smartphone, i social nel 2010.
Ognuna di queste tecnologie ha cambiato radicalmente le nostre vite. E nessuno ha mai rinunciato a nessuna di esse, per un motivo semplice: ci hanno reso più performanti. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Al momento, ha detto Marco, è una specie di Super Google. Utile, potente, ma ancora lontana dallo stravolgimento totale che qualcuno annuncia.
E poi c’è un precedente che dovrebbe tranquillizzarci: nel 2019, anno in cui secondo Blade Runner avremmo dovuto avere macchine volanti e replicanti, eravamo ancora tutti qui a litigare nel traffico della Pontina.
Chi rischia davvero il posto?
Quando si parla di IA e lavoro, il riflesso è pensare che tutti siano a rischio. I dati raccontano una storia diversa. Entro 10 anni, circa 6 milioni di lavoratori potrebbero essere toccati dalla sostituzione tecnologica. Ma chi sono? Contabili, bancari, statistici. Chi lavora con l’intelligenza pura, quella che una macchina può replicare.
Chi non rischia? Elettricisti, operatori CNC, fresatori, tornitori, saldatori, manutentori, montatori, carrellisti. Persone che usano le mani insieme alla testa. E in un paese che è la seconda manifattura d’Europa, queste persone sono la stragrande maggioranza.
Marco lo ha spiegato con i numeri della tipica azienda manifatturiera da 100 dipendenti: dirigenti 3-5%, impiegati 5-10%, tecnici superiori 10-15%, operai specializzati 20-25%, operai 50%. La struttura è chiara: c’è moltissima gente che lavora con le mani e alcuni che dirigono. L’IA può aiutare chi dirige, ma non sostituisce chi produce.
I robot? Li ho comprati e li ho spenti tutti
Dal palco è arrivata una delle ammissioni più oneste della serata. Dal Sasso ha comprato dei robot industriali. Li ha provati. E li ha spenti.
Non per ostilità verso la tecnologia, ma per una ragione pratica: quando fai lavorazioni diverse, che cambiano spesso, ti serve personale capace di adattarsi. I robot rendono quando produci milioni di pezzi identici. Ma in Italia non si è mai lavorato così. La manifattura italiana è fatta di lotti piccoli, alta personalizzazione, flessibilità. E questo richiede persone, non macchine.
Per spiegarlo, Marco ha mostrato il processo di lucidatura degli stampi in acciaio. Quei prodotti che vedete lucidi nelle vostre case, dai vassoi ai componenti per elettrodomestici, hanno quella finitura perché qualcuno li ha lavorati a mano. Ore di levigatura con pietre e paste, pezzo per pezzo. Nessuna macchina può farlo. Nessun robot. Nessuna intelligenza artificiale.
Dal garage ai 15 milioni
Marco ha raccontato anche la storia di Dal Sasso, partendo dalla foto del garage dove l’azienda è nata nel 1981. Suo padre faceva il muratore. Nessun capitale di partenza. Oggi quell’azienda ha un capannone da 4.000 metri quadri, due reparti di stampaggio plastica, un reparto di lavorazione acciaio, oltre 100 clienti in più di 40 settori, 55 dipendenti e un valore stimato di 15 milioni di euro.
L’86% del fatturato viene dal Lazio. Plastica a chilometro zero, come l’ha definita Marco, strappando una risata alla platea.
Come è stato possibile? Per una ragione sola: la capacità di adeguarsi ai cambiamenti del territorio e del mercato. Lo stesso principio che vale per l’intelligenza artificiale: non è una minaccia se la sai leggere per quello che è.
L’Italia che non sapete di avere
Una parte dell’intervento è stata dedicata a smontare il pessimismo cronico che circola tra gli imprenditori. I numeri, ha insistito Marco, raccontano un’Italia molto diversa da quella dei telegiornali.
Ottava potenza economica mondiale. Seconda manifattura d’Europa. Quarto esportatore del pianeta. Il Lazio è la seconda economia regionale dopo la Lombardia, prima per crescita imprenditoriale. Se fosse una nazione, sarebbe la 25ª d’Europa per popolazione, tra Danimarca e Finlandia. La provincia di Latina da sola conta quasi 600.000 abitanti, quanto il Lussemburgo.
E il lavoro? Il tasso di occupazione è al 62,7%, livello record. I giovani diplomati dagli ITS vengono assunti prima ancora di diplomarsi. Entro il 2028 serviranno 3,3 milioni di nuovi lavoratori in Italia, di cui 400.000 nel Lazio.
“Se scopro che sto dentro una potenza economica,” ha detto Marco, “forse devo fare qualcosa per adeguarmi a questa situazione, non appiattirmi su quello che dicono i giornali.”
La generazione Z? Niente di nuovo
Un passaggio che ha divertito tutta la sala: la presunta pigrizia della generazione Z. Marco ha letto due citazioni durissime contro i giovani, chiedendo alla platea di indovinare l’autore. Trump? Salvini? Putin?
La prima era di Esiodo, 720 avanti Cristo. La seconda da un vaso babilonese di 3.000 anni fa. Sono cinquemila anni che ogni generazione si lamenta della successiva. Non è un problema, è il normale stato delle cose.
Dieci cose da fare subito
L’intervento si è chiuso con dieci consigli diretti, senza giri di parole, per imprenditori e artigiani che vogliono smettere di lamentarsi e iniziare a muoversi.
Primo: toglietevi dalla testa la narrazione negativa dei media. La percezione è una cosa, i dati sono un’altra. Non si possono prendere decisioni basandosi sulle brutte notizie che vendono copie.
Secondo: concentratevi solo su ciò che vi riguarda da vicino e su cui potete influire. Passare la giornata a discutere di geopolitica non cambia nulla nella vostra azienda. Occupatevi di quello che potete fare: in azienda, in famiglia, con le persone a cui tenete.
Terzo: i clienti vi scelgono per tre cose: rapporto qualità-prezzo, affidabilità, rispetto delle consegne. Tutto il resto viene dopo.
Quarto: identificate le abilità in cui eccellete. Questo vi permette di capire con quali clienti volete lavorare e quali invece vi conviene lasciar perdere. Anche Dal Sasso ha tagliato le lavorazioni troppo estetiche, dove il rischio di scarto era troppo alto. Non è una sconfitta, è una scelta.
Quinto: se avete troppi clienti problematici e pochi di quelli giusti, avviate una campagna di marketing e comunicazione. Fate conoscere al territorio quello che fate. Se restate chiusi nel capannone, nessuno vi verrà a cercare.
Sesto: cercatevi su internet. Se non vi trovate, o se trovate sempre prima i vostri concorrenti, significa che la vostra comunicazione ha margini di miglioramento importanti.
Settimo: preparate voi e i vostri collaboratori ad accogliere i nuovi clienti che arriveranno. E imparate ad allontanare con garbo quelli che non fanno per voi, prima che vi lascino una recensione negativa.
Ottavo: provate a proporvi come partner ai concorrenti più grandi, o come clienti a quelli più piccoli. Trasformare gli avversari in alleati non è impossibile. Dal Sasso lo fa regolarmente.
Nono: curate i rapporti con tutti: clienti, dipendenti, fornitori, consulenti, banche. Il commercialista non è quello che vi manda le scadenze, è parte della squadra. Così come la banca che vi presta i soldi.
Decimo: mettete in dubbio le vostre certezze. Iscrivetevi a canali YouTube di settore, entrate nelle associazioni, accettate newsletter, partecipate a corsi e convegni. Se restate sempre nello stesso posto, il risultato non cambia.
Perché ne parliamo
Questo intervento racconta il modo in cui Dal Sasso guarda al proprio lavoro e al proprio territorio. L’intelligenza artificiale cambierà molte cose, ma la manifattura italiana è fatta di competenze manuali, flessibilità e relazioni di prossimità che nessun algoritmo può replicare.
Il vero rischio, per le PMI del Lazio e non solo, non è l’intelligenza artificiale. È restare fermi, chiusi nel proprio capannone, convinti che fuori non ci sia niente. I dati dicono il contrario. E noi, che da un garage siamo arrivati fin qui, lo sappiamo bene.